il tempo scorre fra le dita. Tra il pollice e l'indice scorre la sabbia che si accumula al fondo della pagina. La mano rappresenta una delle mudra più usate nel prânâyâma yoga (Jnana Mudra). Questo gesto accompagna anche la meditazione.

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Navigare meglio Archives

06.08.10

Navigare meglio

"Navigare meglio" è una rubrica che esce, stampata, su Spendere Meglio, il bimensile per i consumatori della Svizzera italiana.

La versione online della rubrica, prima pubblicata sul blog di Noi Media sotto noimedia.iobloggo.com/cat/navigare-meglio/71249, si trasferisce a partire di agosto 2010 su questo blog, nei post etichettati (webmultimediale.org/almansi/2010/08/navigare_meglio.html)

Navigare meglio - agosto 2010: Imparare con i video

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

(con link aggiunti)

A giugno David N. Figlio, Mark Rush e Lu Yin hanno pubblicato un rapporto su un esperimento condotto durante un corso di microeconomia di tre mesi.

Per l'esperimento avevano suddiviso 327 studenti volontari – sui quasi 1600 iscritti al corso – in due gruppi: un gruppo seguiva le conferenze del corso in aula, l'altro su videoregistrazioni offerte nel sito del corso. Le altre condizioni – tutorial, documentazione online – erano identiche per tutti.

Lo scopo era di vedere se incideva sull'apprendimento degli studenti il modo di fruire quelle conferenze: dal vivo o su video. Dal confronto dei loro risultati all'esame è emersa una differenza – lieve ma preoccupante in quanto colpiva maggiormente gli studenti già più deboli in partenza – a sfavore di coloro che avevano seguito le lezioni su video.

L'ipotesi degli sperimentatori è che forse quei studenti abbiano  cercato di studiare i video all'ultimo momento prima dell'esame. In effetti, mentre si può accelerare la lettura di testi, il tempo di ascolto di un video non è comprimibile – salvo forse per i ciechi, abituati a leggere i testi numerici in audio con la sintesi vocale a tutta velocità.

Inoltre, per studiare è importante prendere appunti, e a scuola impariamo a farlo sui testi, durante lezioni dal vivo, ma non sui video. Eppure esistono strumenti che possono essere dirottati per farlo: quelli per aggiungere sottotitoli a un video, come quelli dei DVD. Quei sottotitoli sono prodotti da una trascrizione suddivisa in pezzi brevi muniti di indicazioni temporali che ne consentono la sincronizzazione con il video.

DotSub.com ed altri siti gratuiti consentono di creare facilmente questa trascrizione sincronizzata, di scaricarla per studiarla come qualsiasi testo, poi – volendo – di condividerla con altri i quali, a loro volta, potranno scegliere se leggerla come testo oppure se utilizzarla per produrre sottotitoli sul video. Però nulla impedisce di usare questi siti per annotare dati passi di un video anziché per sottotitolarlo.

Saper imparare con i video non serve soltanto a scuola: sempre più spesso, anche in ambito professionale, i video – ad esempio di una riunione di lavoro – vengono propinati come documentazione da assimilare. Come diceva Lawrence Lessig nella conferenza inaugurale di Wikimania 2006: "...lo scrivere parole è il latino della nostra epoca moderna. Il linguaggio ordinario della gente non è fatto di parole, ma è questo: video e suono."

Complementi di informazione

L'esperimento di David N. Figlio, Mark Rush e Lu Yin menzionato all'inizio ha suscitato un dibattito acceso. Vedi i link raccolti in diigo.com/user/calmansi/videoliveonline.

Per un esempio di uso accelerato della sintesi vocale, cfr. la registrazione proposta in Ascoltare il web con JAWS, sotto la guida di Gabriele Ghirlanda (bis), all'inizio e soprattutto alla fine.

Per altri strumenti di sottotitolazione che possono essere dirottati per la presa di appunti, vedi Three Video Captioning Tools. Inoltre, quando le immagini non aggiungono granché, è possibile estrarre l'audio e trascriverlo nelle etichette di Audacity.

16.10.10

Navigare meglio - ottobre 2010 - Ning: è la fine del "freemium"?

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

(con link aggiunti)

Fino a pochi mesi fa, la piattaforma di reti sociali Ning operava secondo il sistema del “freemium”: un servizio basilare “free” (cioè gratuito), e possibilità di pagare per la rimozione degli annunci e altre opzioni “premium”. Inoltre, gli educatori potevano creare gratuitamente reti senza pubblicità.
Come su Facebook ed altri servizi simili, su Ning si utilizzava una singola identità (indirizzo e-mail e password) che valeva per iscriversi a qualsiasi rete. Ning però offriva, ed offre, anche più cose di Facebook: la possibilità di personalizzare l’apparenza della rete e di caricarvi video ed altri file.

Questo modello non ha funzionato: lo scorso mese di marzo, Ning ha tagliato il 42% del personale. Poi, ad aprile, ha annunciato per il 20 luglio la fine delle reti gratuite (sostituite da tre modelli a pagamento, da 2 a 50 dollari al mese), e dell’identità Ning generale: gli utenti ne avrebbero dovuto creare una distinta per ciascuna delle reti Ning, rese autonome.

Il 20 luglio, quel termine è stato spostato al 20 e poi al 30 agosto, infine all’8 settembre. Ma le reti non pagate hanno continuato a funzionare. A metà settembre, Ning ne ha annunciato il blocco. Questo, tuttavia, funziona soltanto nella versione impaginata a tabella delle reti, ma non funziona tuttora (27 settembre) nella versione lineare che appare automaticamente ai ciechi che usano un lettore di schermo e a chi naviga online con il telefonino. Questa possibilità di aggirare il blocco non ha suscitato un putiferio da parte di chi ha pagato, forse perché la versione lineare è scadente, quindi poco utilizzata.

Perché invece non sono state eliminate le reti non pagate, come annunciato ad aprile? Il problema è che nella formula precedente, gran parte dei contenuti di tutte le reti andava in realtà in un grosso calderone indifferenziato dal quale venivano mostrati in ciascuna. Da qui tanti problemi tecnici emersi nelle reti pagate dopo la teorica suddivisione in reti autonome. Soprattutto, l’eliminazione definitiva delle reti non pagate rischierebbe di cancellare anche dati utilizzati da quelle pagate.

Allora, fine del freemium, come vanta l’amministratore delegato di Ning nelle interviste, o fine di Ning? Molti hanno pagato perché temevano problemi nello spostare la loro rete. Chissà quanti continueranno a farlo con tutti i problemi attuali?

Complementi di informazione

Privacy

Il 21 settembre 2010, in un messaggio su Ning Creators intitolato Addressing Sign-in/Sign-up issuesSridatta Viswanath ha riconosciuto l'esistenza dei problemi causati dalla permanenza dell'identità Ning generale che sarebbe dovuta essere eliminata il 20 luglio, e promesso di farlo entre fine ottobre e di fornire aggiornamenti.

Il 7 ottobre, in un messaggio su Ning Creators intitolato NING is NOT a "SAFE Harbor"AngelBCN, un ecologista di Barcellona, ha rivelato che Ning non è nella lista delle piattaforme US riconosciute come "approdo sicuro" dall'UE secondo i criteri della Decisione 2000/520/CE della Commissione Europea "sull'adeguatezza della protezione offerta dai principi di approdo sicuro".

Nella discussione successiva, ha spiegato come questo significa che, a causa del cambiamento di Ning da rete di reti a server che ospita reti autonome il 20 luglio,  i creatori di reti Ning con membri residenti in paesi dell'UE si trovanoa ormai a violare le leggi sulla protezione dei dati di quei paesi, poiché anch'esse fanno riferimento alla Decisione 2000/520/CE.

Sempre in quella discussione, qualcuno che usa il nome Jenny e ha il logo di Ning nell'imagine del suo profilo (ma non vi dà nessuna indicazione su un suo ruolo nella ditta), ha risposto che Ning ha molto a cuore la privacy degli utenti, che non è obbligatoria l'iscrizione a quella lista, e che Ning sta considerando di richiedervi l'iscrizione.

Non sarà  facile: la Decisione 2000/520/CE specifica ad esempio che:

Gli individui devono poter accedere alle informazioni personali che li riguardano in possesso di una data organizzazione, ed altresì poterle correggere, emendare o cancellare se ed in quanto esse risultino inesatte

Però da metà settembre Ning impedisce quell'accesso agli utenti delle reti non pagate, pur continuando a tenere i loro dati sul suo server. Inoltre quella decisione recita anche:

Un'organizzazione deve offrire agli individui la possibilità di scegliere (facoltà di rifiuto) se le informazioni personali che li riguardano vadano a) rivelate a terzi(2), ovvero b) utilizzate per fini incompatibili con quelli per cui le informazioni stesse erano state originariamente raccolte o con quelli successivamente autorizzati dall'interessato. Agli interessati andranno forniti mezzi chiari, agevolmente riconoscibili in quanto tali, di rapida fruizione e di costo accettabile per esercitare la propria scelta.

Invece il 20 luglio 2010, Ning ha conferito ai creatori di reti:

  • l'accesso ai dati dei loro membri, ivi incluso l'indirizzo e-mail usato per iscriversi alla rete, permettendo loro inoltre di scaricare questi dati come file .csv;
  • la capacità di modificare le password dei loro membri

(vedi "Ning, Inc. Privacy Policy – Effective: July 20, 2010" archiviata in http://webcitation.org/5ru8jfd9W) senza tuttavia avvertire gli utenti di questi cambiamenti.

Nella discussione menzionata sopra, del 7 ottobre, "Jenny" si è anche impegnat* a fornire ulteriori informazioni sulla questione della registrazione di Ning come "approdo sicuro". Non l'ha fatto finora.

Forse i creatori di reti Ning residenti nei paesi dell'UE - ma anche in altri paesi con leggi serie sulla protezione dei dati - dovrebbero riflettere seriamente a un trasferimento verso un'altra piattaforma dove la responsabilità per i dati degli utenti sia di essa, e non loro.

Utenti come bestiame

Intanto ho aperto un gruppo facebook intitolato Ning and Privacy perché gli utenti Ning possano discutere di questi problemi, visto che gli amministratori di Ning hanno limitato l'uso del loro Help Center a chi paga almeno per la formula "Plus" ($19.95/mese o  $199.95/anno, secondo la pagina About Ning - Pricing Plans).

Per quelli che si possono permettere soltanto la formula ";Mini" ($2.95/mese o  $19.95/anno), niente Help Center: si devono accontentare della rete Ning Creators,

E per gli utenti che non creano reti ma ne forniscono i contenuti e le animano? Nulla. Da quando ha cambiato formula, ma forse ance prima, Ning li considera - ed incoraggia i creatori di reti a considerarli - come bstiame Vedi la risposta di Eric Suesz - "senior community manager at Ning" secondo il suo profilo - a qualcuno che cercava di vendere la propria rete, mettendo il numero di membri tra gli aspetti monetizzabili:

We don't currently have a place for advertising your network here on Creators, but you might try here. (Per ora non abbiamo una rubrica su Creators dove pubblicizzare le reti, ma potresti provare  qui..)

Il link porta a http://sellmysocialnetwork.ning.com, (vendilamiarete - adesso è bloccata per non pagamento, però è l'intenzione che conta, no?).

14.12.10

Navigare meglio - dicembre 2010 - Copyright e insegnamento

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

(con link aggiunti)

L’11 novembre 2010, a Ginevra, è stato organizzato da Dice (Digital copyrights for e-learning) un workshop sul diritto d’autore per l’insegnamento. Si tratta di un progetto collaborativo tra l’Usi, l’Università di Ginevra, il Politecnico di Zurigo, la Fernfachhochschule di Briga e Creative Commons Svizzera. Anche se Dice si rivolge principalmente al personale universitario, alcuni dei circa 50 partecipanti provenivano dall’insegnamento secondario.
In effetti, come la giurista Jessica Litman scriveva già nel 1994:

All’inizio del 900, la legge sul diritto d’autore era tecnica, incoerente e difficile da capire, però riguardava poche persone e poche cose. (...) 90 anni dopo, è diventata ancora più tecnica, incoerente e difficile da capire e - cosa più importante - riguarda tutti e tutto. Per molti tra noi, è impossibile trascorrere una sola ora senza scontrarci con essa.

E questo è particolarmente vero per gli insegnanti: sia perché devono aiutare i giovani a capirvi qualcosa, sia nel decidere quali materiali digitali possono usare nelle loro lezioni.
Quella citazione di Jessica Litman è stata usata il 4 novembre 2010 da Lawrence Lessig, uno degli ideatori delle licenze Creative Commons, nel suo discorso di inaugurazione di una sessione dell’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Ompi), in cui caldeggiava una riforma fondamentale del diritto d’autore, diventato obsoleto perché basato su una nozione di copia che è radicalmente cambiata con l’avvento delle tecnologie digitali. Tuttavia, visto che in Svizzera le disposizioni dei trattati Ompi del 1996 sulle opere digitali sono soltanto state inserite nella Legge sul diritto d’autore (Lda), con la revisione entrata in vigore nel 2008, non è possibile aspettare che essa venga riformata nel senso auspicato da Lessig.

Di conseguenza, al workshop di Ginevra sono stati distribuiti un manuale elaborato da Dice e il testo della Lda, ne sono stati spiegati i principi basilari e un metodo per accertare la liceità di ciò che si intende fare con opere altrui. Inoltre, sono stati presentati gli archivi in accesso libero e le licenze Creative Commons, e si sono analizzati e discussi casi concreti.
Dice prevede di organizzare presso l’Usi un workshop simile a quello di Ginevra il 16 dicembre 2010. Ulteriori informazioni in merito verranno date dall’Usi e riportate nella versione online di questa rubrica.

Ulteriori informazioni

Bonus: discorso di Lawrence Lessig all'OMPI

con sottotitoli italiani, inserito da universalsubtitles.org/videos/wonQe0wrTNal/it (dove c'è anche una trascrizione interattiva)

19.03.11

Navigare Meglio - febbraio 2011 - Privacy: il caso Didasca

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Spesso, a proposito della privacy in rete, i media demonizzano le reti sociali. Ed è vero che il loro uso comporta rischi: durante la notte di San Silvestro, è stata svaligiata l’abitazione dell’attore francese Michael Youn. Aveva pubblicato su Twitter una foto presa dal suo appartamento parigino e un suo fan aveva risposto indicando il nome della via, identificata grazie a Google Maps. In seguito, la compagna di Youn aveva a sua volta “twittato” una foto di Mégève, dove trascorrevano le ferie.
Non è stato il primo caso in cui i ladri si sono avvalsi di informazioni raccattate nelle reti sociali. E la colpa non è di queste ultime, bensì di chi vi sparge incautamente informazioni aggregabili.
Ci sono anche casi dove gravi violazioni della privacy sono dovute all’ignoranza, senza intenzione di dolo, ma tuttavia pericolose. L’associazione Didasca vanta di essere stata la prima in Italia ad organizzare corsi Ecdl (patente europea per la guida dei computer) negli anni ’90, cosa apparentemente rassicurante. L’anno scorso ha però iniziato ad offrire corsi gratuiti per insegnanti sulle applicazioni Google. Per raccogliere le iscrizioni, usa un questionario Google Docs, che immette le risposte in un foglio di calcolo online.
Primo problema: tra i dati richiesti, vi è il codice fiscale, in barba al regolamento di Google Docs sulla privacy, che vieta la raccolta di dati del genere, e alle affermazioni di Didasca stessa sul “massimo grado di tutela dei dati” in risposta a una domanda in merito. Inoltre, Didasca ha affidato a certi partecipanti al primo corso il reclutamento per il secondo, iniziato a gennaio. In un caso almeno, il neo-reclutatore ha impostato il foglio di calcolo come “visibile da chiunque”.
In seguito, Didasca ha creato account @didasca.org – in realtà semplici account Google – per i partecipanti, usando proprio il loro codice fiscale come nome utente e una password generica, avvertendoli soltanto a posteriori e rimandandoli a un tutorial video pubblico su come attivare questi account. C’è quindi un alto rischio che malviventi si avvalgano del foglio di calcolo pubblico per appropriarsi di questi account.
Perciò quando un ente, per quanto rispettabile e in buona fede, chiede dati personali come il codice fiscale per l’iscrizione a un suo servizio, conviene rinunciare all’offerta.

Ulteriori informazioni

19.04.11

Navigare Meglio - Aprile 2011 - Cyberbullismo o solo bullismo?

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Nel 2005, per la trasmissione radiofonica "Tam Tam" di Adisi, Giovanni Rengucci ed io avevamo intervistato telefonicamente Nancy Willard, esperta statunitense della sicurezza online dei giovani, sul "cyberbullismo", cioè sulla violenza online tra giovani.

In quell'intervista, Willard aveva sottolineato le varie dimensioni – sociologica, penale, psicologica – del fenomeno, nonché le sue relazioni complesse con il bullismo nella vita reale: chi viene insultato e/o picchiato a scuola a volte si vendica, ma può anche essere una vittima online.. Di conseguenza, lei auspicava un approccio multidisciplinare  nel lottare contro il cyberbullismo.

A febbraio 2011, me ne ha riparlato quando è passata dalla Svizzera prima di un workshop  che ha condotto a Milano con specialisti dell'Unione Europea della sicurezza online dei giovani. Alcuni aspetti non sono cambiati in sei anni: le manifestazioni del bullismo online rimangono altrettanto durevoli. Inoltre, le reti sociali come Facebook e Twitter ne hanno persino aumentato la diffusione.

D'altro canto, di positivo, c'è che adesso esistono i gruppi multidisciplinari che auspicava. E sono giunti alla conclusione che i protagonisti più efficaci nel debellare i bulli sono i ragazzi stessi: gli adulti possono e devono incoraggiare e assecondare le loro iniziative, ma cercare di inculcare loro messaggi preconfezionati serve a poco.

Un altro cambiamento è che per i giovani – i cosidetti "nativi digitali" – il concetto di "cyber" non ha più senso: non che confondano la vita e ciò che avviene online, ma per loro gli strumenti telematici attuali sono solo strumenti, come per le generazioni precedenti il telefono, la Tv o il fax. E questo consente loro una percezione globale del bullismo, che avvenga online o a scuola o altrove.

L'ha capito la Casa Bianca che il 10 marzo ha ospitato una conferenza intitolata semplicemente "Antibullying", trasmessa in diretta su Facebook, che radunava studenti e specialisti. E l'avevano già capito da tempo certe Sme ticinesi: nel 2007 la Tsi aveva realizzato e diffuso il filmato "In disparte", una storia di bullismo che iniziava a scuola e continuava online, usando un doppio copione scritto dagli allievi della Sme di Massagno e dall'assemblea dei genitori della Sme di Lodrino.
Link a "In disparte" e all'intervista di Nancy Willard: http://bit.ly/bullismo.

Ulteriori informazioni

In Cyberbullying: An Interview with Nancy Willard, (14 febbraio 2011), ci sono diversi link a risorse utili sul tema del bullismo

26.07.11

Navigare Meglio Giugno 2011: Youtube: scuola di copyright

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Il 14 aprile 2011, YouTube annunciava sul suo blog ufficiale il lancio di una scuola di copyright per utenti ripetutamente beccati ad usare contenuti altrui. Quel comunicato affermava che, in precedenza, avevano sempre cancellato l’account dell’utente alla terza segnalazione di una violazione del genere. Invece, ormai, gli utenti avrebbero potuto far cancellare una segnalazione dalla loro fedina seguendo con successo una scuola di copyright, che consiste in un tutorial video (in inglese, con sottotitoli in 43 lingue) e in un quiz sul video (nella lingua in cui l’utente guarda YouTube).
Il tutorial – un cartone animato dove un piratuccio chiamato Russell incorre l’ira di una reboante voce off per varie violazioni del copyright – è fatto bene, in un certo senso: quando Russell prova a postare su YouTube registrazioni fatte in un cinema, poi in un concerto live, viene minacciato di cancellazione del suo account e anche peggio.
In seguito, quando si filma mentre balla sulla musica del suo gruppo preferito, la voce si fa più mite e spiega che persino nei remix, se una componente è sotto copyright, bisogna ottenere il permesso dell’avente diritto – salvo se la riutilizzazione rientra nell’eccezione per il fair use. E legge a tutta velocità una spiegazione di cosa sia il fair use, concludendo che, in caso di dubbio, occorre consultare «un avvocato specializzato nel copyright». Questo, come hanno rilevato diversi commentatori, è demenziale, soprattutto in un tutorial rivolto anche, e soprattutto, ad adolescenti.
Il video però continua: Russell finalmente ci azzecca, e usa soltanto creazioni sue. La voce off si congratula con lui – ma a questo punto il cannone spara, affondando Russell e la nave. Così il messaggio sottinteso – e quindi più importante - di questo tutorial sembra essere: «Ragazzi, la legge sul copyright è davvero demenziale: nemmeno facendo tutto giusto vi salverete. Quindi avvaletevi di questa scuola di copyright, per quanto assurda sia, per salvare i vostri account. È il solo palliativo che vi possiamo offrire».
Intanto, un mio conoscente 13enne che si era beccato una segnalazione YouTube per l’uso di musica sotto copyright, ha capito l’antifona: ormai usa esclusivamente musiche sotto la licenza creative commons più aperta, che richiede solo l’attribuzione all’autore.

Ulteriori informazioni

Navigare Meglio Agosto 2011: Sottotitoli sì, automatici no

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

In Svizzera, l’Ordinanza sulla Radiotelevisione specifica che “La Società svizzera di radiotelevisione (Ssr) è tenuta ad aumentare progressivamente sino a un terzo del tempo complessivo d’antenna la quota di trasmissioni televisive sottotitolate diffuse nell’ambito dei suoi programmi redazionali in ogni regione linguistica”. In altri paesi, è addirittura d’obbligo la sottotitolazione per i materiali didattici audiovisivi.

Soprattutto, però, sono sempre più numerosi gli autori di video online - professionisti e non - ad accorgersi che sottotitolarli li rende accessibili a chi ha problemi di udito o non sa perfettamente la lingua, ne migliora la fruibilità e ne accresce il pubblico potenziale grazie a un miglior posizionamento nei risultati dei motori di ricerca. Da qui, di rimbalzo, una proliferazione di proposte.

Ad esempio, a giugno, la rivista Entreprise romande ha pubblicato un’intervista di Pierrette Weissbrodt a Temitope Ola, Ceo della ditta Koemei, la quale offre un servizio di sottotitolazione computerizzata. Ola vi lodava la precisione e la velocità raggiunte grazie al loro software di riconoscimento vocale, che presto sarebbe stato in grado di «coprire l’80% dei bisogni del mercato».

Per quanto riguarda le lingue dei video sottotitolabili, per ora Komei sottotitola solo video in inglese, ma presto verranno aggiunti il francese e il tedesco, poi anche altre lingue. Inoltre, la tariffa menzionata dal signor Ola per questo servizio è bassissima: tra 20 e 50 centesimi per minuto di video. In confronto, il prezzo di mercato per una sottotitolazione umana è di oltre 50 franchi al minuto.

Il sito koemei.net non descrive ancora queste prestazioni commerciali. Tuttavia, offre la possibilità di provare il software gratuitamente, per la trascrizione di file audio per ora, promettendo un’accuratezza “tra il 70 e il 90% a seconda della qualità dell’audio.”
Ho fatto diverse prove, anche con l’audio di video pubblicati su YouTube - visto che anche YouTube offre una sottotitolazione computerizzata - per poter confrontare i risultati.
Le trascrizioni Koemei, in realtà, avevano tutte intorno al 40% di parole errate o mancanti, mentre in quelle YouTube, la proporzione di questi errori era del 20%: meglio, ma ancora troppi per una riutilizzazione pubblicabile. Almeno YouTube avverte chiaramente gli utenti del rischio di errori.

Ulteriori informazioni

13.10.11

Navigare Meglio Ottobre 2011: Approfondire assieme

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Come non lo dice il dominio ".it", Scoop.it è un servizio web ideato in Francia, con sito web in inglese. Lanciato a dicembre 2010, è tuttora in prova, però dalla home page si può chiedere un invito che di solito  arriva entro 48 ore. Comunque, anche senza essere iscritti a Scoop.it, lo si può utilizzare per trovare informazioni selezionate da altri  su un dato tema, tramite il motore di ricerca interno pubblico linkato su "Browse more Awesome Topics" nella pagina principale.

L'iscrizione invece serve se volete creare una vostra pagina – detta "topic", appunto – dove  presentare informazioni su un tema che vi interessa. Per aggiungere informazioni a quel topic, ci sono tre modi:

Vi potete abbonare alle informazioni su temi dati che Scoop.it ricava da altri servizi online – Twitter, Youtube, Google News, ed altri – poi selezionare quelle  da menzionare e linkare nel vostro topic.  

È anche possibile aggiungere direttamente al topic qualsiasi pagina web dove vi trovate tramite il "bookmarklet" (vedi it.wikipedia.org/wiki/Bookmarklet)  di Scoop.it.

Il terzo modo (e forse il più proficuo) di raccogliere informazioni è la condivisione con altri utenti Scoop.it che hanno interessi simili. Potete "seguire" i loro topic, come si fa con i canali Youtube o con gli account Twitter: riceverete riassunti quotidiani delle notizie che essi hanno aggiunto e potete riprenderle anche voi nel vostro topic, suggerire loro informazioni e viceversa.

Questo aspetto comunitario rafforza anche alla diffusione dei topic, perché spesso, quando qualcuno segue il topic di un altro, l'altro fa la stessa cosa con quello del primo. Inoltre, quando si aggiunge una notizia a un topic Scoop.it, è anche possibile condividerla con altre reti sociali: Facebook, Twitter, ecc.

Certo, quasi tutto quanto ho descritto sopra si può anche fare con servizi online di condivisione di segnalibri. La differenza sta nella fruibilità dei topic Scoop.it,  su due colonne che però si riducono perfettamente a una colonna sola se viste ad es. con un telefonino, e con la possibilità di inserire immagini o persino video dalle pagine web menzionate. Infine, i topic Scoop.it contribuiscono anche alla diffusione delle pagine che menzionano: nelle statistiche di un blog multi-autore cui partecipo, essi appaiono da alcuni mesi tra le principali fonti di traffico.

Ulteriori informazioni

Sito di Scoop.it: http://www.scoop.it.

Tutorial video, con sottotitoli italiani: Scoop.it - Esplora la comunità Scoop.it.

"Topic" scoop.it Technology for Teaching and Learning., curato da Jan Schwartz.

"Topic" scoop.it Multimedia Accessibility, curato da me.

Post Scoop.It! (in inglese) di Jan Schwartz e me, sul suo blog Education and Training Solutions.

http://www.webcitation.org/625lZ3Z7e: versione archiviata di una pagina wiki scomparsa nel frattempo, intitolata "Scoopit effect", con alcune statistiche sull'effetto di diversi topic scoop.it sui referrer e sui commenti del blog etcjournal.com, tra agosto e settembre 2011.

07.12.11

Navigare Meglio Dicembre 2011 - Multimedia: Oltre Babele

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

A settembre, Babel Festival di letteratura e traduzione ha mostrato a Bellinzona il film “Arna’s Children” di Juliano Mer Khamis sul teatro di bambini palestinesi creato da sua madre Arna a Jenin. Particolarmente sconvolgente la scena in cui Arna fa narrare a un bambino sotto shock il bombardamento della sua casa da parte dell’esercito israeliano.
Nello stesso periodo, Babel aveva anche organizzato un workshop di traduzione per il cinema, e Filippo Ottoni, incaricato della parte del doppiaggio, aveva criticato il fatto che questa scena fosse sottotitolata anziché doppiata, perché leggere i sottotitoli gli impediva di guardare la faccia del bambino. I partecipanti avevano obiettato che il tempo per assimilare un sottotitolo di sette parole è minimo, mentre la voce autentica del bambino era fondamentale: doppiata da un attorino abbiente, per quanto bravo fosse, non avrebbe avuto senso.
Questa discussione era tipica di una specie di sfasamento tra docenti e partecipanti in quel workshop. Certo, Filippo Ottoni e Valérie Giardini – incaricata della parte della sottotitolazione – erano preparatissimi. Certo, il workshop era dedicato alla traduzione per il cinema e per la televisione mainstream: è stata appassionante la relazione di Claudia Quadri della Rsi sulle scelte tra doppiaggio e sottotitoli per i documentari.
Tuttavia, la nostra epoca è quella dei video online, e anche della loro sottotitolazione da parte di volontari. Le piattaforme web che consentono questa sottotitolazione non sono sofisticate quanto gli strumenti illustrati in quel workshop di Babel, e i volontari sono spesso dilettanti. Però sono collaborative: se qualcuno non capisce una parola, lascia un buco che viene colmato da un altro, in un processo di miglioramento simile a quello di Wikipedia.
Certo, il workshop organizzato da Babel Festival riguardava il doppiaggio e la sottotitolazione professionali come avvengono tuttora per il cinema e per la televisione. Però in un mondo multimediale oltre Babele, dove le barriere linguistiche vengono superate dagli utenti stessi, come cambieranno le loro aspettative? Ci saranno ancora puristi anti-sottotitoli a volere il costoso doppiaggio? La gente accetterà ancora che le televisioni nostrane tengano per sé le trascrizioni prodotte dalla sottotitolazione invece di condividerle come fanno le tv di servizio pubblico negli Usa?

Ulteriori informazioni

Babel Festival: http://www.babelfestival.com.

Arna's Children: http://arna.info/Arna. La sequenza discussa durante l'atelier di Babel sul doppiaggio si trova in http://www.youtube.com/watch?v=XwZft7bg-tU, a partire da 1:45.

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