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Linguaggio e accessibilità

Bella la citazione di Claude Almansi, dal Pantagruele di Rabelais, mi ha incuriosito a leggere il libro:

Discutere per segni "di filosofia, geomanzia e cabala" 

Dietro c'è il pregiudizio che il segno di tipo gestuale sia più vicino alla realtà rispetto al segno grafico (per es. l'ideogramma cinese) e poi all'insieme di segni grafici che compongono le parole. Che tra le cose e le parole, cioè, ci sia un rapporto segnico di corrispondenza.

Nietzsche, nel saggio giovanile Su verità e menzogna in senso extramorale, fornisce una ricostruzione della genesi del linguaggio basata su questa catena: stimolo fisiologico, immagine, parola.

Questo tipo di pregiudizio dimentica però che le stesse cose sono codeterminate dal linguaggio, ossia dal modo in cui le esprimiamo, o meglio sono parte della vita stessa, e la stessa vita non sarebbe così se avesse a disposizione altre parole. Questo se, pensando alle cose, non pensiamo a oggetti isolati, tipo il cane-la casa-l'erba, ma a cose dentro un contesto di relazioni, che è il modo in cui l'uomo incontra da sempre le cose.

Se pensiamo che per i primitivi le cose non avevano un'identità "pulita", governata dal principio di contraddizione (questo è questo e non altro), ma anzi la logica era di tipo ambivalente (perché logica vi era: era fondamentale infatti controllare, e quindi riuscire a prevedere, anticipare l'esperienza), quel tipo di pregiudizio, che isola la "cosa" portandola in un ambiente asettico di osservazione, non può che sembrarci una semplificazione razionalistica. La "cosa" concresce non con "la" parola, ma "dentro alle parole" in cui la si vive.
Ecco allora che quel tipo di pregiudizio, che è il pregiudizio di un'intera tradizione, si sposa bene con l'ideale della comprensione perfetta, guadagnabile arretrando dal linguaggio in direzione dei segni gestuali e su su fino a una consumazione dello stesso segno come veicolo della cosa, ma anche barriera separante dalla cosa (per esempio, la mistica: ma mistica nel senso di "dimensione" dell'esperienza aperta a tutti, secondo quanto rivendica Panikkar in L'esperienza della vita).

Per questo, credo, i sordi dalla nascita, che non condividono il nostro linguaggio (e quindi il nostro "mondo"), hanno bisogno di un'estrema semplificazione della realtà. Anche se oltre non vado: non saprei cioè precisare come stiano effettivamente le cose.

Con questo non dico che non esista una comprensione che non passa dal linguaggio (comprensione diretta?), ma si tratta di una comprensione che non può applicarsi alla "comune" comunicazione intersoggettiva. E non dico nemmeno che non sia vero che il linguaggio abbia in sé il carattere di una "produzione" parallela alla realtà, tale che abbiamo bisogno di "tornare" alle cose.

Insomma, è un problema intricato e ad ampio raggio. Volevo solo dire che quell'idea sottostante alla sfida lanciata da Thaumaste a Pantagruel è ricca di conseguenze sul piano teorico e pratico, e presuppone un'idea semplificata delle cose.

 

Commenti (1)

Grazie per il commento, Barbara. C'è una cosa che non ho chiarito bene nel mio post: con Rabelais non sai mai come la pensa lui. Vedi il prologo di Gargantua:

Vedeste mai un cane trovare un osso midollato? Il cane è, come dice Platone (Lib. II De Rep.) la bestia più filosofa del mondo. Se l'avete visto avrete potuto osservare con quale devozione lo guata, con qual cura lo vigila, con qual fervore lo tiene, con quale prudenza lo addenta, con quale voluttà lo stritola e con quale passione lo sugge. Perché? Con quale speranza lo studia? Quale bene ne attende? Un po' di midolla e nulla più. Ma quel poco è più delizioso del molto di ogni altra cosa, perché la midolla è alimento elaborato da natura a perfezione, come dice Galeno (III, Facult. Nat. e XI, De usu partium).
All'esempio del cane vi conviene esser saggi nel fiutare assaporare e giudicare questi bei libri d'alto sugo, esser leggeri nell'avvicinarli, ma arditi nell'approfondirli. Poi con attenta lettura e meditazione frequente rompere l'osso e succhiarne la sostanziosa midolla, vale a dire il contenuto di questi simboli pitagorici, con certa speranza d'esservi fatti destri e prodi alla detta lettura.

Da: Gargantua e Pantagruele. Traduzione di Gildo Passini - Formiggini editore, Roma 1925

Rabelais sta cercando di far passare una lezione o sta prendendo in giro coloro che vogliono far passare lezioni? Lo stesso vale per la disputa a segni tra Thaumaste e Panurgo in "Pantagruele". Vince Panurgo dopo essersi ubriacato tutta la notte invece di prepararsi, Thaumaste riconosce di aver trovato il suo maestro nell'argomentare per segni - e si precipita a scrivere un libro con le parole che aveva così tanto deprecato.

Quindi forse Rabelais sta deridendo anche l'illusione di poter avvicinare meglio la verità tramite i segni. Ma soprattutto prende in giro noi lettori, come Panurgo prende in giro i dotti che assistono al dibattito.E quando un autore ti fa questi tiri mancini, si merita di venir citato fuori contesto e sfruttato... fino al midollo.

Tornando alla lingua dei segni, quella vera: forse potremmo imparare anche noi da chi l'ha per lingua madre. Diceva Goethe che ogni lingua che impariamo è come aprire una finestra diversa sulla realtà. La finestra aperta della lingua dei segni non sarà forse la più adatta per capire la realtà come la capisce chi la guarda da una lingua verbale. Però cambiare il punto di vista potrebbe aiutarci a vedere cose che le nostre lingue verbali non mostrano, no?

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