Guardo il video di Amanda Baggs, segnalato nella lista della community di Webmultimediale da Claude Almansi: è una stupefacente testimonianza di una diversa percezione del mondo, dove con percezione non intendo il nudo livello sensoriale ma già un modo di vivere le cose pragmaticamente e affettivamente connotate. Non so niente di autismo ma posso ipotizzare che Amanda non si trovi in uno stato di totale introflessione, dal momento che mostra coscienza del suo mondo e del mondo "degli altri", quello "condiviso", e riesce a parlarci della loro differenza...
Sottotitoli a cura di: Anna Veronese (tedesco), Marietta Cathomas (rumantsch-grischun), Claude Almansi (italiano e francese). Versione per linea Adsl.
Versione per linea Isdn.
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Vedendo come lei si inchina sul libro e se lo strofina sul viso, o che il suo dito gira in circolo attorno al pomello del mobile (e sempre accompagnandosi con una sorta di mantra), ossia vedendo che il suo rapporto con le cose non è certo quello consueto, la prima cosa che mi è venuta in mente è che effettivamente il nostro rapporto con le cose, quello "normale", è già "prescritto": fa parte di quell'insieme di significati che ciascuna cultura trasmette ai nuovi nati con i gesti e il linguaggio, ma anche di quei significati che sembrano corrispondere all'uso universalmente primario, quotidiano delle cose del mondo. Solo dentro a questo, sul suo sfondo o entro il suo grembo, sono possibili quelle infrazioni che costituiscono il di-più del mondo per l'esistenza. Prima di essere un quadro di Fontana, quel taglio è, per esempio, l'effetto del taglierino sulla tovaglia di plastica della cucina. Magari Fontana ne aveva fatto l'esperienza e aveva guardato dentro a quel taglio, quasi specchiandosi e rischiando di venire assorbito entro di esso, perché quel taglio si era fatto improvvisamente segno della lacerazione del "mondo comune", che lascia intravedere attraverso una lunga e gelida fessura quello che lo minaccia sotto, sopra, oltre, qualcosa che lo svela come un sipario-cortina che, lacerato, mostra finalmente che esiste un palco dietro ad esso.
Mi sono un po' dilungata, ma era per dire che attraverso quei gesti insoliti con le cose si presentifica quanto i nostri gesti seguano solchi già dati, in geografie già note. Se qualcosa di nuovo può darsi, è nell'uso "laterale" delle cose, che le prende cioè per un verso che non è quello frontale, come l'arte contemporanea, che si può dire scopra nuove metafore – nuove ridescrizioni - "facendole" direttamente con le cose, dislocandole rispetto al loro significato consueto, che perché consolidato sembra l'unico vero. Amanda non è un artista perché la sua intenzione non è quella, e perché – direbbero alcuni - non condivide il "discorso" artistico, ma mostrando come lei vive diversamente le cose, mostra in un modo non retorico ma schietto – e in un modo più efficace di quanto non ci accada davanti a un bambino che nuota ancora nel suo mondo interiore – quanto possa essere schiacciante ciò che chiamiamo normale: per quanti non condividono i significati "dei più", e che vengono perciò discriminati, derisi, a volte privati della dignità umana. Ma anche per noi, che spesso non abbiamo il coraggio di vivere le cose del mondo così come le cose, che in qualche modo ci chiamano, facendo eco al nostro discorso interiore, ci chiederebbero di fare.
Il filmato originale su Youtube.
Trascrizione italiana dei sottotitoli in inglese presenti nel filmato, sul blog di "Noi Media".







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Commenti (5)
Grazie per la sua lettura empatica e analitica allo stesso tempo, Barbara.
Nella pagina silentmiaow (cioè quella di Amanda Baggs) su YouTube, c'è anche un'intervista in 3 parti che lei ha fatto a "Laura", autistica anche lei però etichettata "hi-performing" perché è riuscita a padroneggiare la lingua parlata (perché si voleva impegnare in politica). E questo dialogo tra due persone autistiche e forse ancora più impressionante di In My Language.
Posted by Claude Almansi
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05.03.07 12:50
Posted on 05.03.07 12:50
Grazie per l'aggiunta del player con sottotitoli in 3 lingue di Alessio Cartocci! Apre nuove possibilità stupende, particolarmente in un paese multilingue come la Svizzera, ma dove non tutti, di gran lunga, sono poliglotti.
A livello della formazione, ad esempio, la creazione di poli di competenza trans-universitari per la ricerca a volte fa fatica a superare le barriere linguistiche.
Per Anna e me è stato un privileggio poter partecipare alla sua sperimentazione finale - soprattutto al servizio della testimonianza travolgente di Amanda Baggs.
La trascrizione testuale dei sottotitoli tedeschi, francesi e italiani si trova in noimedia.wikispaces.com/Amanda+Baggs.
Posted by Claude Almansi
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09.03.07 00:02
Posted on 09.03.07 00:02
La lettura di questo post mi ha stimolato alcune riflessioni.
Il mio interesse è attratto da un fatto marginale che incrocia curiosamente
il mio modo di far teatro soprattutto quando lavoro coi ragazzi.
I tagli di Fontana... e gli oggetti che diventano altro da sè.
Ogni oggetto possiede un valore d'uso che naturalmente è codificato
culturalmente anche se sembra dettato dalla pratica e dai 'fatti stessi'.
Non nego naturalmente che questo valore d'uso esista ma sappiamo che accanto
ad esso ce ne sono altri. Un valore di scambio che lo fa merce. Un valore
simbolico che lo fa elemento di comunicazione e di costruzione
(letteralmente) della realtà.
Ma quello che mi interessa è che l'oggetto entro un contesto opportuno (ma
forse anche no) può diventare altro da sé.
E' in fondo il principio del gioco dei bambini.
Amavo molto alle elementari la biro che mi era stata regalata perché
infilandovi il righello a croce diventava un aereoplano (ero al tempo
appassionato lettore delle storie di caccia della Seconda Guerra Mondiale in
un giornalino a fumetti chiamato Supereroica).
Tutto questo però lo faccio ancora oggi garantito da un eventuale intervento
della neurodeliri dal contesto: faccio teatro.
Spesso nella presentazione dei laboratori teatrali -e nelle lezioni di
drammaturgia- per spiegare il concetto di codice prendo una penna (la
vecchia biro è sempre lì!) e la trasformo n un astronave trasformando poi la
testa di uno degli astanti in un pianeta sconosciuto sul quale il cappuccio
della biro diventato navicella abitata da astronauti atterra. Poi
naturalmente l'orologio da tasca diventa base orbitale e avanti.
(Ovviamente la penna potrà da lì in poi diventare qualunque cosa e fare
tutto ...tranne scrivere. Il valore d'uso richiamando il piano di realtà e
la sua forza -culturale- distrugge il codice).
Insomma il mio giochino serve a chiarire un concetto teatrale che è quello
di codice e a puntualizzare che all'inizio del nostro spettacolo dovremo
stabilire un codice che lo spettatore convenzionalmente accetterà -se
useremo la penna per scrivere semplicemente stabiliremo un codice realistico
e allora la penna potrà essere astronave solo in mano a un bambino o per
sottolineare la follia di un personaggio- e al quale ci atterremo per
raccontare la nostra storia.
La trasformazione degli oggetti è un'acquisizione ventennale del Teatro
Ragazzi e oggi è passata in altri ambiti del teatro a volte con risultati di
straordinaria poesia (quando si svela qualcosa di invisibile) più spesso
come puro giochino più o meno virtuosistico.
Non ho molto altro da aggiungere nè particolari conclusioni da trarre se non
forse che la riscoperta degli oggetti con gli occhi del bambino o della
ragazza autistica permette di demistificare la realtà riconsegnandola da un
lato a un approccio più creativo e dall'altro a uno svelamento di sensi
ulteriori sepolti dal preteso pragmatismo consumista della società
contemporanea.
Posted by Marco Pernich
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26.10.07 18:36
Posted on 26.10.07 18:36
Ci sono due cose su cui mi piacerebbe impostare dei piccoli video che
potremmo fare (cose su cui mi impantano da tempo): prima, il fatto che
trasformazioni analoghe a quelle che dici le applico a esseri viventi,
ad esempio i conigli (che nel mio vissuto hanno avuto parti decisive
per la mia esperienza umana, e non - qui la differenza come per
cosa-merce-simbolo - come surrogati di qualcosa di altro). Seconda
cosa, a me fa problema che la relazione con un qualsiasi significato
culturale sia un dato scontato (quasi non servisse né una risposta
personale comunicabile, né un riconoscimento sociale, per accedervi).
Come dire, autistico è anche non corrispondere al significato e
volervi appartenere. Ma per appartenervi è necessario appunto quella
condivisione di un codice accettato dagli spettatori. Senza questa
condivisione il discorso non radica, e la percezione delle ricadute
morali non interviene sul comportamento, e quindi sulla sostanza
personale. Da qui l'enorme tristezza dell'inventarsi un linguaggio che si parla da soli... e la
meraviglia invece dell'evento teatrale.
Posted by Roberto Ellero
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26.10.07 18:39
Posted on 26.10.07 18:39
Bello scambio!
Mi viene da osservare:
- (commento di Marco): trasformare gli oggetti con i bambini è andare al
cuore dell'atto artistico, al cuore come origine. Ma non credo che il valore
d'uso, richiamando la realtà, distrugga il codice: è ciò che tiene in
tensione. Ogni metafora ha bisogno di un oggetto da trasferire/trasformare e
vive della tensione tra significato "proprio" e "improprio" (come concetti
di funzione, non di sostanza). Il rapporto non è alternativo in senso
logico, per cui la compresenza di proprio e improprio diventa un'assurdita,
ma è spiegabile piuttosto con il rapporto tra oggetto e sfondo (messo in
luce dalla Gestalt ma anche dalla fenomenologia). In primo piano è l'oggetto
"giocato", sullo sfondo sta l'oggetto "reale", ma è questo sfondo che
consente la variazione.
- (commento di Roberto): il discorso assai comune che l'animale è un
surrogato-di denuncia in modo eclatante proprio l'incapacità di avvertire la
profondità dimensionale del mondo, che è a sua volta segno dell'appiattimento operato dal pensiero unidimensionale dove tutto è solo merce. Una volta l'animale aveva mille volti, oggi è solo una proiezione di un bisogno!
Posted by Barbara Bordato
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26.10.07 18:44
Posted on 26.10.07 18:44