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Barocco e contemporaneo: la scultura di Javier Marìn

Ho visto di recente la mostra dello scultore messicano Javier Marìn alla Rotonda di via Besana (Milano, fino al 30 gennaio 2009). Ad attrarmi è stato il carattere figurativo del suo lavoro, che porta un’impronta fortemente classica. Ero curiosa di vedere come un contemporaneo (Marìn è nato nel 1962) si comporta con la Figura, che messa a morte e sopraffatta dall’astratto ha preso un valore iconico (nel video alcune mie fotografie delle opere di Javier Marìn).

Così riassumerei il lavoro di Marìn: la monumentalità delle statue antiche, la retorica del canone classico, i corpi nella loro figuralità anatomica. Ma anche segni di una statuaria sacra di provenienza orientale, come le imponenti teste dei buddha scoperte nel 1996 a Qingzhou.

A proposito di Javier Marìn hanno parlato di barocco. Sì, c’è il realismo barocco spagnolo portoghese messicano, che noi chiameremmo grottesco, e che sparge quell’aria asfittica di morte da controriforma (la chiesa di San Francesco a Porto). Sangue, materia, statuine in cera vestite, con tanto di barba vera, i boti medioevali offerti alla Vergine. Forse l’odore di morte viene dal fatto che lì la morte (una certa percezione della morte) vien fatta sentire senza timore, trattata senza pudore. Non è più mistero, trascendenza. La morte è fisica, fenomeno da vedere e da toccare.

E c’è del barocco nei corpi abbondanti, larghi, possenti, dilatati quasi fino al grottesco, come accade per mani e piedi, che in alcuni casi sembrano protuberanze vegetali che tendono di nuovo verso la terra da cui sono usciti.

Ma poi c’è lo straniamento contemporaneo. Quella distanza dai modelli che ti lascia percepire la manipolazione interpretativa. E quindi ci sono i fili di ferro, i corpi che sono in realtà manichini cavi, risultati di suture esibite. C’è la resina, che sembra cera, ma è plastica e pesa meno, e lascia trasparire volumi creati con carne secca e semi di amaranto. E poi c’è l’esperienza del cambio di dimensione, che comporta un’alterazione del soggetto e quindi della percezione. I volti giganti dai tratti indios, con le labbra enormi appena dischiuse. Il trittico di meduse con l’occhio gelido.

Il “grande” vuole provocare uno sfondamento della percezione ordinaria. Costringerci a rapportarci a dimensioni altre rispetto alle misure più note e umane. Terra. Inconscio. Morte. Il mistero della carne. Che per Marìn – messicano - non sembra un oceano di silenzio siderale, ma una voragine buia, viva e pulsante, in cui con o senza paura – non importa quando si va incontro a quel che c’è da fare - affonda per poterci guardare dentro.

E mi viene da pensare che per noi non c’è scoperta e riconoscimento allo specchio, attraverso la parete algida dello strumento, lo schermo bidimensionale su cui l’oggetto si riflette e si proietta, facendosi vedere ma sottraendosi, in realtà, perché si offre solo alla vista. Non c’è scoperta per noi laddove ci teniamo salvi, al riparo, dietro uno schermo. Per scoprire ci dobbiamo calare: calare nella carne, rimanendo uno. La speranza che ci guida è riuscire a non farne sostanza vitrea, ma poter farla un giorno risuonare come cristallo.

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