Condivido quasi tutto quel che scrive Marco Pernich. Divergo soltanto sulla scelta del latino come metafora: il latino viene principalmente ascoltato/letto mentre se il teatro è una lingua che molti vogliono utilizzare ma pochi vogliono ascoltare, a me - però sono francofona e non funzionerebbe per gli italofoni - ricorda piuttosto quel che è accaduto con il provenzale in Francia dove tentativi colti di rivitalizzarlo, tipo Frédéric Mistral a metà 800, sono falliti, però a metà degli anni 1970, gli opponenti al centralismo governativo sono tornati ad impararlo: vedi lo slogan "Garderem lou Larzac" degli opponenti alla trasformazione della pianura del Larzac in terreno di esercitazioni militari. (1) Oppure il gaelico tra gli indipendentisti irlandesi all'inizio del 900, o l'ebraico per gli zionisti di fine 800.
Su: "Per questo dicevo sopra il teatro non è morto. La nuova forza vitale di una nuova civiltà produrrà un nuovo teatro coi suoi nuovi geni. Nessuno di noi oggi può immaginare cosa sarà. E tutti quelli che oggi ciclicamente chiamiamo geni lo sono solo per convenzione o per la nostra stessa stanchezza e la nostra ricerca dell'originale -il "nuovo"- a tutti i costi (fino a esempi ridicoli spacciati però troppo spesso - e non sempre disinteressatamente - per colpi di genio)."
Concordo pienamente. Nel 94 ero stata nominata all'ultimo momento responsabile della parte francese di un corso postgrad di traduzione al Magistero di Arezzo, anche se ero soltanto lettrice, perché i docenti di francese bisticciavano troppo tra loro, e mi ero opposta al curriculum impostato dai docenti di inglese, in particolare sull'obbligo di lavorare sul testo teatrale. In francese, il teatro era in coma profondo allora. Poi in seguito sono emersi, se non dei geni, degli autori veramente bravi come Koltès, Copi - grazie in gran parte ai festival, cioè a raduni festivi e diversi del teatro tradizionale. Forse è ancora lì la speranza - cioè in Italia non sono sicura, anche i festival che ricordo erano parecchio istituzionali e paludati, rispetto diciamo a quelli di Avignon o di Edinburgo.
Cioè mi pare ancora valida la dichiarazione di Welles: "There never was a community of people who got together and said: "Why don't we have a theater? We need a theater! Where are the actors?" That never happened in the history of the world. A few hams got together and said: "let's get up on the stage and do something" In the caves, somebody stood up and told a story. Nobody said, "let's have a story" until they'd heard a story".
E' dal bisogno di raccontare storie che nasce il teatro, e poi i raccontatori trovano anche ascoltatori. Oggi, in più dei raduni fisici tipo festival, ci sono quelli online - cioè avendo 56 anni, non ci capisco molto a questi raduni virtuali, soprattutto quando sono "asincroni", però per i giovani sembrano funzionare. Ovviamente significano altri modi di far teatro. Ma anche le prime esplorazioni del cinema e del teatro radiofonico hanno dovuto evolvere nuovi modi di far teatro, che erano anche complementari e si rafforzavano a volte a vicenda: vedi il Lux Radio Theatre prodotto e animato da Cecil B. De Mille (2), o vedi Orson Welles, più noto come regista di film ma anche geniale esploratore del teatro radiofonico (3).
Buona giornata,
Claude Almansi
(1) Poi a livello teatrale, anche André Benedetto <http://www.chartreuse.org/Site/Cnes/RepertoireAuteurs/auteurs.php?ID_auteur=371> ha utilizzato a volte il provenzale negli anni 1990, se ricordo bene, però io ho soltanto visto i suoi "Ciao amore" e "Fleur de Béton" (in francese e in parte in italiano per il primo), in sale piccole ma zeppissime di giovani al Festival di Avignone.
(2) Cfr. <http://en.wikipedia.org/wiki/Lux_Radio_Theater> - le pièce sono riascoltabili da <http://www.archive.org/details/Lux03>
(3) Cfr. <http://www.mercurytheatre.info/>. Ho appena riascoltato il suo adattamento di "The Man who was Thursday" di Chesterton, che non ha preso una ruga.
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