Ricordo tutti i passaggi che hanno condotto alla costituzione dell'attuale Teatro Stabile del Veneto, dal Teatro dell'Università di Padova di Costantino de Luca degli anni '60, alla Cooperativa Teatro Stabile di Padova diretta da Pier Antonio Barbieri negli anni '70, da Veneto Teatro di Nuccio Messina, all'attuale Teatro Stabile Carlo Goldoni.
I problemi sono rimasti gli stessi, manca una legge nazionale, manca una legge regionale. Manca una legge regionale perché forse è assennato aspettare i cardini di una legge nazionale che non arriva mai.
In quarant'anni nessun problema strutturale ha trovato soluzione. Le realtà teatrali del Veneto riconosciute e sovvenzionale dal Ministero dei Beni Culturali sono pressoché le stesse da decenni.
In mancanza di una legge nazionale, da mezzo secolo sono le circolari ministeriali annuali a regolare l'assegnazione dei contributi governativi alle compagnie, circolari che regolarmente portano la dicitura: "possono accedere alle provvidenze ministeriali le imprese riconosciute e sovvenzionate dallo stato negli ultimi tre anni". Ottimo incoraggiamento per nuove formazioni e nuove idee.
La recentissima proposta di legge nazionale presentata recentemente a Napoli, osannata da molti operatori del settore, ricca di novità, porta la dicitura: "per i primi tre anni possono accedere alle provvidenze ministeriali le imprese riconosciute che siano state sovvenzionate dallo stato, dalle regioni e dai comuni negli ultimi tre anni". Una proposta di legge che attinge a pezzi di passati progetti di legge di destra e sinistra mai arrivati a destinazione.
Sinceramente non penso sia tutta responsabilità della politica nazionale o regionale del disastro in cui si trova il sistema teatrale, in realtà credo siano gli stessi operatori teatrali arroccati su posizioni difensive intollerabili, operatori che si premiano a vicenda e si scambiano i lavori garantendosi il "giro".
Ricordo quando negli anni '70 erano di fatto gli stessi fruitori dei contributi (teatri stabili e cooperative ) a quantificarsi i loro contributi in interminabili assemblee-rissa all'Agis e il ministero rispettava la suddivisione della torta. Oggi è molto peggio. Le assemblee penso siano molto più ristrette e dissimulate, chi è fuori è fuori e ha pochissime possibilità di entrare nel gioco.
La distribuzione regionale per avere pubblico porta la televisione in teatro o si affida ad attori sicuri di 70, 80, 90 anni, oppure lancia lavori che sembra costretta a distribuire sotto la spinta di sponsor teatrali ed extrateatrali. Produttori e distributori irresponsabili, nel senso letterale del termine, nel senso che non rispondono né alle mail, né sono reattivi a nuovi progetti.
Non credo che chi verrà "sistemato" al posto di Luca De Fusco alla direzione del Teatro stabile, se ciò accadrà, possa da solo contrastare l'autoreferenzialità degli stabili, la mancanza di integrazione col territorio, bonificare l'andazzo di istituzioni molli all'interno, coriacee e impenetrabili dall'esterno, di quanti fanno teatro per fare i borderò e di quanti lo fanno per se stessi, e di molti che lo fanno grazie all'appoggio. Si salvi chi può.
Vincenzo Cerami dice che hanno già chiuso 400 teatri in Italia. Il teatro nei fatti mi pare venga considerato dalla politica un ramo secco da tagliare e questo è molto grave ma mi pare che il grado di competitività, di concorrenzialità vera del sistema stia a zero e quindi, senza arrivare all'ipotesi Baricco, forse una potatura potrebbe giovare.
Le categorie e gli esperti (fruitori di sovvenzioni) a mio avviso dovrebbero fare un passo indietro, lasciare che sia il pubblico a valutare il prodotto e i politici a fare le leggi. La politica faciliti l'accesso ai teatri a chiunque voglia raccontare delle storie a una comunità, defiscalizzi e incoraggi il ricambio del pubblico e degli operatori, limiti gli sprechi indirizzando le risorse dove si forma la domanda in modo da coltivare e sedurre un nuovo pubblico in grado di apprezzare la magia vera del teatro, fatta di grandi temi come quello dell'amore o della morte.
Per adesso quello che resta del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) sarà impiegato per farci andare a teatro a dormire e magari lasciare la sala durante l'intervallo o a farci quattro risate con grandi attori televisivi dal vivo.
Toni Andreetta
23 luglio 2009
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