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Risposta alla lettura di "Centochiodi" di Barbara Bordato

La lettura del post di Barbara Bordato, e in particolare - in gustosa anteprima rispetto alla pubblicazione nella rivista Filosofia e Teologia 3/2007 - la lettura del suo saggio sullo stesso argomento, di estrema lucidità e ricchezza, ben oltre al film da cui Barbara trae le mosse, mi ha provocato un insieme di riflessioni critiche. Cerco di riassumerle...

"Centochiodi può essere letto a mio avviso come la storia di una rinascita", scrive Barbara nel saggio, e lo ripete nel post: "L'inizio apre a una rinascita del professore, ma questa rinascita non coincide con un ritorno nel grembo rassicurante della comunità ma con un'evoluzione spirituale che lo porta a realizzare quanto aveva solo cominciato mettendo a morte i libri."

La mia percezione del film, al contrario, è di una rinascita incompiuta, di un fallimento.

Barbara sostiene, di seguito, che "l'epilogo rivela come la ferita apertasi con la crocifissione dei libri dovesse coerentemente risolversi in un ulteriore, necessario tradimento: il gesto eccedente dell'assenza, che inaugura un regime di tutt'altro ordine rispetto a quello della mera vita naturale, l'ordine dell'esistenza".

Il dubbio che mi viene è: da dove proviene l'essere necessario di questo tradimento, il ritirarsi dall'umano rappresentato dalla comunità, con le sue aspettative e i suoi bisogni?

Nel saggio Barbara continua sostenendo che sono tutt'altro che irrilevanti le righe che il professore si trova a leggere "nell'attimo di indugio" che precede l'atto di crocifissione dell'ultimo libro: "righe che parlano di rinascita, di un cominciare dal principio e di una 'evidenza' che è il correlato di una nuova capacità di vedere: 'Chi rinasce nell'amore, crede in ogni cosa che il suo occhio vede'."

A mio parere è proprio qui invece l'origine dell'incompiutezza, della rinascita fallita.

Se il professore consegna la propria identità determinata al grande fiume, lasciando cadere i documenti (ma conservando la carta di credito: legame che sembra negare l'effettiva separazione del ribelle, o segno di una mente lucida fino alla preveggenza), e porta a termine il suo atto di rivolta non tornando nella comunità che lo aveva accolto, ritirandosi in un'assenza muta, manca l'idea di come immaginarsi il luogo nuovo del professore. La percezione emotiva, che trasmette l'epilogo del film, è di un senzapatria, un uomo rimasto senza un luogo dove andare.

I nessi che sorreggono queste obiezioni sono molti, ad esempio l'immagine del professore che prende la mano della studentessa indiana tra le sue, immagine che sembra correlata a quella delle mani della moglie e del marito che soffre per il figlio andato via, mentre viene raccontata la parabola del figliol prodigo (nella visione onirica del padre, il figlio ha le stesse fattezze del professore ed è con la sua donna e il proprio figlio).

E ancora, il tema del figliol prodigo è anche nella scena del monsignore chino sul libro inchiodato, che dice al professore che cerca di rincuorarlo "non sei degno di questo luogo". Anche qui è un fallimento, il professore non viene riaccolto.

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Questa scena ha, come sfondo musicale, lo stesso passaggio della sonata per violino e pianoforte che fa da sfondo alla scena d'amore con la panettiera (ballo dopo la scena del gallo). La musica di Fabio Vacchi echeggia in una citazione colta il violinismo stravinskiano del Duo Concertant. Nella colonna sonora, questo tema è presente solamente in questi due episodi, che sono quindi legati in modo significativo dal ritorno del tema.
Il motivo della sonata evoca l'amore, che si declina in due modi diversi - entrambi negati -, e allude a un'appartenenza che lega il professore e gli impedisce un vero distacco, coerente con la ribellione attuata con la crocifissione dei libri: denuncia cioè un conflitto irrisolto che impedisce una soluzione armonica, sia umanamente che rispetto al trascendente.

Si noti che l'ultimo libro inchiodato dice anche che "dell'amore percepisci la presenza come se udissi un suono". Quel suono è la melodia comune ai due momenti, il sigillo dello scacco, dell'irresolutezza del professore, cui è condannato come responsabile, anche se forse non colpevole.

Il film è incentrato a mio avviso sullo scacco rappresentato dall'impossibilità di allineare quel testo e il vissuto personale. Il professore non appartiene né alla vita né ai libri, non ha dove andare.

Sia la studentessa indiana che la panettiera sono attratte dal professore, ma solo l'indiana viene baciata (è colta: la cultura è essenzialmente discriminazione?), è lei in questo caso ad andarsene in aereo senza ritorno. Non c'è senso tragico perché il protagonista controlla tutta l'azione e prevede tutte le possibilità. Nel tragico il protagonista sarebbe stato travolto.

Ultima osservazione: il comportamento di crocifissione dei libri è rituale, il professore per mettersi in discussione deve attuare un rituale. Il rituale ha una componente pubblica essenziale, deve essere esibito per funzionare. L'"artisticità" rilevata dal Pubblico Ministero non è altro che il segno del carattere oggi inaudito dei rituali.

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